In piedi, un microfono in mano, davanti a me una nutrita platea. Ogni mia parola ridona vita a un ricordo, uno dei tanti che mi ha accompagnato per quattordici lunghi mesi all’interno di una struttura magica. Seduti lì davanti tanti volti che con il passare dei mesi ho imparato a conoscere e apprezzare. Qualcuno sorride, qualcun altro no. Tutti, però, trattengono lacrime di emozione mentre si interrogano su cosa accadrà fra qualche giorno quando un altro direttore siederà al mio posto. Resterà tutto com’è oppure qualcosa cambierà o, peggio ancora, tutto quello che è stato faticosamente costruito verrà spazzato via senza alcun rispetto per chi ci ha creduto dedicando anche parte del proprio tempo libero per realizzare un nuovo progetto. Già i progetti. Realizzati tutti al solo fine di provare a ridare piena dignità a chi la dignità l’aveva persa durante la traversata del deserto oppure nella stiva affollata di una vecchia imbarcazione.
Resterà tutto com’è oppure qualcosa cambierà o, peggio ancora, tutto quello che è stato faticosamente costruito verrà spazzato via.
Osservo ancora quegli sguardi che cercano di scrutarmi dentro. Vorrebbero chiedere ma, per fortuna, non lo fanno. Io so bene cosa succederà fra qualche giorno ma non lo posso raccontare a nessuno. Non posso togliere la speranza ai tanti lavoratori che per quattordici mesi mi hanno supportato senza se e senza ma. Li osservo e provo un grande dolore interiore mentre inizio a interrogarmi su cosa avrei potuto fare per loro. Continuo a pensarci nei giorni successivi, fino a quel messaggio scritto da uno dei “fratelli” che aveva partecipato a uno dei famosi progetti. Un progetto che aveva visto due artisti davanti a una tela bianca, uno straniero l’altro no, quattro mani che si alternano armonicamente per realizzare un quadro stupendo, dipinto in silenzio perché i due parlavano lingue completamente diverse. “I quadri dipinti a quattro mani” è il nome del progetto, un fantastico contenitore all’interno del quale l’arte è divenuta un ponte ideale per unire mondi diversi.
“Fratello mio hanno chiuso tutti i laboratori. Non mi fanno più dipingere. Non so come trascorrere le giornate.”
Leggendo questo messaggio ho immediatamente capito che il peggiore dei disegni era divenuto realtà. Mi sono soffermato solamente un attimo prima di decidere cosa avrei fatto per scolpire sulla pietra quanto con grande impegno avevo realizzato in quei quattordici mesi e che ora era stato completamente annullato: avrei scritto un libro. Non un semplice racconto ma un resoconto fedele di tutto ciò che i miei occhi avevano visto e la mia mente, supportata dal cuore, aveva prima pensato e subito dopo realizzato. Qualcosa di scritto in forma semplice e diretta, da tramandare alle future generazioni per dimostrare come fosse stato possibile accogliere con umanità chi soffre.
Ho sempre amato leggere ma non avevo mai scritto un libro. Avevo costruito il mio background con lunghi anni di lavoro silenzioso, pieno zeppo di responsabilità ma che non aveva mai previsto l’esposizione mediatica. Sfilare in passerella non era certo normale per me. Dopo il primo momento di entusiasmo la paura mi ha però assalito. Paura di non farcela o, peggio ancora, di scrivere qualcosa di inutile che non sarebbe mai stata letta da nessuno. Senza poi tralasciare l’eventualità che potesse divenire addirittura dannosa e scatenare chissà quali tremende reazioni. Però dovevo farlo, non potevo lasciare che le luci di quella ribalta che avevano brillato per mesi si spegnessero nell’indifferenza assoluta, non potevo permettere che il progetto CARA CASA dopo essere stato riconosciuto quale progetto rivoluzionario e unico nel suo genere fosse fagocitato dall’oblio e cancellato dalla mente di tutti.
Però dovevo farlo, non potevo lasciare che le luci di quella ribalta si spegnessero nell’indifferenza assoluta.
E così ho iniziato a interrogare il mio cuore, lo stesso che mi aveva guidato per quattordici mesi, e parola dopo parola, frase dopo frase, il mio primo libro ha iniziato a prendere forma. A ogni paragrafo che si concludeva il mio animo acquisiva maggiore forza e consapevolezza. Quando l’ultima parola è stata scritta ero felice ma al tempo stesso intimorito dalla certezza di dover sostenere un’altra prova molto difficile, forse l’ultima: sottoporre la bozza a un editore. Ho iniziato a gironzolare sul web alla ricerca di quello giusto da contattare. Dopo alcuni giorni mi sono ritrovato con una lista ben nutrita ma molto confuso. Senza un minimo di conoscenza del mondo dell’editoria, meraviglioso ma al tempo stesso complesso, non era cosa semplice scegliere un nominativo piuttosto che un altro. Anche questa volta mi sono affidato al cuore e ho scelto un editore della mia terra, della mia amata Calabria. Un primo contatto telefonico, l’invio della bozza, un secondo contatto telefonico. Incredibile ma vero: dopo poche settimane il mio primo libro era stato affidato alle rotative che lo avrebbero trasformato da sogno in realtà. Ancora pochi giorni e lo avrei potuto stringere tra le mani. Al momento del ritiro delle copie ho incontrato di persona i soggetti con i quali avevo interloquito solamente al telefono prima di quel giorno. Dal titolare a tutti i vari collaboratori, tutti gentili, sorridenti, sempre disponibili, altamente professionali. Una grande realtà imprenditoriale molto simile a una fantastica famiglia.
Dopo il primo libro è nato il secondo, in pieno periodo Covid, perché anche lì c’era qualcosa che non poteva restare senza voce. Poi il terzo, al quale ho affidato il compito di raccontare le esperienze di vita di alcuni connazionali emigrati negli anni Sessanta e di alcuni immigrati dei giorni attuali. Con il quarto libro ho voluto replicare quanto avevo ideato con il progetto dei Quadri dipinti a quattro mani: frammenti scritti che una pittrice ha saputo trasformare in bozzetti, perché certe storie hanno bisogno di più di una lingua per essere dette davvero. Dopo aver raccontato il mondo dell’immigrazione da ogni angolazione — non basandomi su quanto da altri narrato, ma su ciò che io avevo vissuto personalmente — ho deciso di estrarre dal cassetto un vecchio sogno e farlo diventare realtà. È nato così il mio primo romanzo, primo di una trilogia.
Cinque libri. Ognuno nato da qualcosa che avevo visto, vissuto, sentito — e che non riuscivo a lasciar andare.
Mentre continuavo a scrivere ho pensato che potesse essere interessante creare uno spazio dove raccontarmi e, soprattutto, raccontare i miei libri: come sono nati, cosa li ha fatti nascere, e cosa nascondono tra le righe che volutamente — o no — tra quelle pagine non hanno trovato posto. Ecco a cosa servirà questo blog. Non una vetrina, non una promozione. Uno spazio dove continuare a fare quello che ho sempre fatto: guardare le cose da vicino e poi trovare le parole giuste per raccontarle.
Il prossimo articolo parlerà del Sant’Anna — di quei quattordici mesi, di quello che ho visto e di quello che ancora porto con me. Se ci sarete, vi aspetto.

Vitaliano Fulciniti
Vitaliano Fulciniti è scrittore calabrese, già appartenente alla Guardia di Finanza e funzionario della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Ha diretto il Regional Hub Sant'Anna di Isola Capo Rizzuto, il primo centro in Europa per l'accoglienza di richiedenti asilo, ed è stato Amministratore Giudiziario per il Tribunale di Catanzaro. È autore di cinque libri pubblicati da Rubbettino Editore e Pellegrini Editore, presentati al Salone del Libro di Torino e in numerose città italiane.