Prima di quel fatidico giorno, del Regional Hub Sant’Anna di Isola Capo Rizzuto conoscevo soltanto quanto riportato su testi che illustrano, spesso in forma non esaustiva, le strutture di accoglienza per migranti presenti sul territorio nazionale. Mentre l’auto varcava il grande cancello posto sulla famigerata SS 106, nella mia mente scorrevano veloci i freddi dati statistici che, accorpati e compattati, restituivano un unico elemento descrittivo di quel preciso istante: mi accingevo ad assumere la direzione del primo centro in Europa per l’accoglienza di migranti richiedenti asilo.
Superato il controllo, iniziava il lento avvicinamento al cuore della struttura, che doveva essere molto estesa almeno a giudicare dall’immagine satellitare rinvenuta su internet. Percorrendo il lungo viale continuavo a chiedermi cosa avrei trovato oltre quei freddi dati statistici e, nel mentre, tutto intorno nessun volto — solo un ambiente in chiaro stato di abbandono. Dopo circa un chilometro la macchina si arrestava davanti a una palazzina che da quel giorno mi avrebbe ospitato per quattordici lunghi, faticosi ma al tempo stesso esaltanti mesi.
Poggiati i piedi al suolo, ho iniziato a scrutare l’intero panorama e, immediatamente, sono stato investito da un misto di stupore ed emozione. Quell’ambiente apparentemente spoglio e disabitato, invaso dall’erba incolta, di colpo mostrava occhi curiosi che scrutavano a distanza. Sono rimasto a osservare per qualche minuto poi, sospinto da quell’energia che l’ambiente emanava e che probabilmente soltanto io avvertivo, ho varcato la porta della direzione.
Quell’ambiente apparentemente spoglio e disabitato, invaso dall’erba incolta, di colpo mostrava occhi curiosi che scrutavano a distanza.
Le prime ore di quel primo giorno trascorsero lente, mentre al mio interno si consumava una lotta spietata tra la mente — che mi invitava a restare seduto su quella poltrona a leggere la pila di documenti accumulati sulla scrivania — e il cuore, che mi esortava a uscire e gironzolare all’interno della struttura. Sapevo bene che il compito prioritario di un direttore fosse quello di assumere immediatamente il controllo della complessa macchina burocratica, alla ricerca di problematiche latenti da risolvere, ma non lo avrei certo potuto fare in poche ore. E poi avevo già in mente come avrei riorganizzato quegli uffici per adeguarli al mio modus operandi. E così, alla fine, il cuore ha prevalso: dopo qualche ora ero già in giro per i viali del Centro accompagnato da alcuni collaboratori.
Non è semplice descrivere a parole la grande emozione che ho provato nell’incontrare tanti volti sconosciuti ma sorridenti, che accrescevano in me la percezione di un’energia positiva ma sopita, quasi schiacciata dall’indifferenza di chi avrebbe potuto — ma non aveva voluto — farla emergere. A fine giornata avevo già in mente una lista di priorità: in cima c’era la necessità di un cuore pulsante che irrorasse tutti gli organi collegati, ridestando quell’ambiente dal lungo letargo e trascinandolo nella realizzazione di un folle progetto.
La notte che separava quel primo giorno dal secondo trascorse a pensare, progettare, tracciare linee che ideassero nuovi spazi muniti sempre di ampi varchi — per consentire il libero transito, abbattendo al contempo i muri eretti dall’indifferenza umana. Munito di un fedelissimo quaderno che raccoglieva giornalmente i miei pensieri, le mie sensazioni, le mie idee, iniziavo a fare il direttore — o sarebbe meglio dire che iniziavo a imparare a fare il direttore. Quotidianamente apprendevo nozioni prima completamente sconosciute e che soltanto in quel luogo avrei potuto apprendere.
Ogni giorno la solita routine. Poche ma intense ore dedicate allo studio e alla soluzione delle mille problematiche che gravavano sulla gestione di una struttura tanto complessa, e poi via a passeggio per i viali del Centro dove, con il passare dei giorni, era sempre più normale soffermarsi a osservare situazioni nuove, scambiare qualche battuta con i tanti che parlavano inglese oppure con coloro che avevano già imparato l’italiano. Sistematici gli incontri con i referenti delle varie nazionalità presenti nel Centro, autonomamente scelti tra i connazionali con il compito di rappresentare le problematiche esistenti.
Non potrò mai dimenticare il rappresentante della comunità pakistana che, l’ultimo giorno di presenza al Centro, mi salutò ringraziandomi per aver mantenuto una promessa fatta appena assunto l’incarico: trasformare quel luogo in una grande famiglia, all’interno della quale ci sarebbero stati sicuramente problemi che, però, sarebbero stati puntualmente risolti. In quattordici mesi la grande famiglia l’ho realmente creata, grazie al costante supporto non solo dei miei collaboratori ma anche di tutti i richiedenti asilo, e ho cercato di risolvere tanti problemi — e non solo quelli burocratici.
Trasformare quel luogo in una grande famiglia, all’interno della quale ci sarebbero stati sicuramente problemi che, però, sarebbero stati puntualmente risolti.
Il compito del direttore di un centro per migranti non può limitarsi al disbrigo della corrispondenza o alla firma di ordini di servizio — compiti assolutamente necessari e gravosi — ma deve spaziare a trecentosessanta gradi, tenendo sempre in debita considerazione che al suo cospetto esistono esseri umani spesso provenienti da tristi realtà. Ecco allora l’importanza di “abbandonare” la comodità del proprio ufficio, caldo d’inverno e fresco d’estate, e girare sistematicamente per osservare, conoscere, apprendere.
Fra i compiti del direttore, ad esempio, non è assolutamente previsto risolvere i problemi legati alla mancanza di occhiali da vista per i richiedenti asilo che ne necessitano. Ma che direttore sarei stato se avessi applicato la “legge dei freddi numeri”? La mia coscienza di uomo non me lo avrebbe permesso, e la mia anima sarebbe stata dilaniata da atroci tormenti: non potevo restare insensibile a quella composta richiesta di aiuto. E così, per aggirare le rigide norme del Capitolato d’Appalto — nel quale non è previsto spendere denaro per acquistare occhiali da vista — ho escogitato un semplice stratagemma, rivolgendomi ad amici che, come me, sono stati ben lieti di porgere una mano d’aiuto a chi soffre.
L’ampio sorriso di coloro che, indossando un paio di occhiali, potevano finalmente leggere uno scritto, è stata la miglior ricompensa che potessi ricevere — e che nessuna somma di denaro avrebbe mai potuto eguagliare. Quante volte avevo sentito parlare del principio della solidarietà! Ora mi veniva offerta l’opportunità di tradurre il verbo in agire: e così dopo gli occhiali da vista sono stati acquistati apparecchi acustici, busti correttivi, fasce elastiche e altri supporti medicali. Sono state fornite cure dentarie ai tanti che soffrivano in silenzio, senza mai lamentarsi — ma soffrivano.
In quattordici mesi ho esplorato quel luogo in lungo e in largo e oggi, a distanza di tempo, posso affermare che quella esperienza mi ha reso un uomo migliore. Mi ha donato la possibilità di provare un indescrivibile dolore interiore osservando da vicino le profonde cicatrici provocate dalla violenza fisica sui corpi e da quella psicologica sulla mente. Mi ha insegnato che l’amore disinteressato donato a chi soffre ti viene sempre restituito nelle forme meno immaginabili.
E così leggere la “nuvoletta dei sogni” di un ragazzo di quindici anni, orfano di madre e padre selvaggiamente uccisi dalla follia umana, riportante il suo desiderio — “diventare direttore come Fulciniti” — è stato come ricevere un premio Nobel. Mi ha permesso il privilegio di condividere serenamente la quotidianità con tanti esseri umani che hanno avuto una sola grande colpa: quella di essere nati nel lato sbagliato del pianeta.
Nel prossimo articolo vi parlerò di un altro capitolo della mia vita, quello che ha preceduto il Sant’Anna e che in qualche modo lo ha reso possibile: undici anni nella Guardia di Finanza, tra dovere e umanità. Se ci sarete, vi aspetto. Nel frattempo, se volete conoscere più da vicino quello che ho vissuto in quei quattordici mesi, potete farlo attraverso le pagine del mio primo libro: [Dall’accoglienza all’integrazione →]

Vitaliano Fulciniti
Vitaliano Fulciniti è scrittore calabrese, già appartenente alla Guardia di Finanza e funzionario della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Ha diretto il Regional Hub Sant'Anna di Isola Capo Rizzuto, il primo centro in Europa per l'accoglienza di richiedenti asilo, ed è stato Amministratore Giudiziario per il Tribunale di Catanzaro. È autore di cinque libri pubblicati da Rubbettino Editore e Pellegrini Editore, presentati al Salone del Libro di Torino e in numerose città italiane.