Quanto tempo è passato da quel giorno in cui ho indossato per la prima volta l’uniforme della Guardia di Finanza? Tanto, anzi tantissimo. Eppure, ancora oggi non riesco a trovare le parole giuste per descrivere l’emozione provata in quel preciso istante — un’emozione che ancora oggi avverto ogni qual volta ricordo un singolo dettaglio di quel tempo, rivedo una foto o il mio Cappello Alpino, oppure, molto banalmente, incrocio per strada un giovane in divisa. Per tanti quella divisa è qualcosa di cui avere paura, perché sinonimo di controlli e verifiche fiscali; per chi l’indossa o l’ha indossata è invece qualcosa di completamente diverso. Indossare la divisa ti forgia adeguatamente, ti rende un uomo migliore sempre disponibile verso il prossimo, ti fa conoscere il valore di poter condividere la quotidianità con tanti altri giovani che, come te, entrano a far parte di una grande famiglia, al cui interno l’io diventa noi e ciò che fino a ieri era soltanto mio diventa magicamente nostro.
Indossare la divisa ti forgia adeguatamente, ti rende un uomo migliore sempre disponibile verso il prossimo.
Ricordo benissimo quella sera in cui sono salito su quel treno che dalla mia città mi avrebbe portato a Predazzo, in provincia di Trento. A ventidue anni lasciavo la mia casa per raggiungere un luogo che sarebbe diventato una casa altrettanto accogliente — ma in quel momento non lo potevo sapere. Mentre il treno sbuffando si allontanava dalla stazione, il mio animo era preda di sentimenti contrastanti, sui quali tendeva a prevalere una sola certezza: quella di essere diretto verso l’ignoto.
Dopo due giorni varcavo la soglia della Scuola Alpina della Guardia di Finanza. Una struttura immersa tra il verde dei campi e i monti che facevano da cornice a quella stupenda immagine, che al pari di una “mamma” mi accoglieva con un sorriso e, con tono rassicurante, mi indicava quale sarebbe stata la mia vita per i successivi nove mesi.
Da quel momento in poi è stato un susseguirsi di grandi scoperte e forti emozioni. A cominciare dal “posto letto”: non c’era più la comoda cameretta che per ventidue anni avevo condiviso con mio fratello, ma una camerata con trenta letti a castello, che avrei condiviso con ragazzi provenienti da svariati luoghi della penisola e che in nove mesi sarebbero diventati altrettanti fratelli — non per nascita ma per scelta. Ma anche questo non lo potevo ancora sapere.
I primi giorni in quella nuova dimensione servirono a familiarizzare con i colleghi della stessa camerata, innanzitutto, e poi anche con quelli che occupavano le altre stanze. Colazione al mattino, alzabandiera, lezioni in aula, pranzo, ancora aula al pomeriggio, cena e poi, finalmente, qualche ora da dedicare a scrivere una lettera alla famiglia lontana oppure a dialogare tra colleghi. Quanta emozione nel potersi scambiare le esperienze di vita vissuta e, soprattutto, parlare del futuro — dei tanti sogni che ciascuno di noi aveva e che, nel condividerli, si rafforzavano e apparivano più facilmente realizzabili.
Marcia dopo marcia, in ciascuno di noi la voglia di primeggiare si affievoliva, lasciando spazio al piacere di tendere la mano verso il collega in difficoltà.
Dopo qualche settimana iniziarono le prime “passeggiate” fuori dalla scuola e, con queste, imparammo l’importanza di arrivare tutti a destinazione senza lasciare nessuno indietro. Così, marcia dopo marcia, in ciascuno di noi la voglia di primeggiare si affievoliva, lasciando spazio al piacere di tendere la mano verso il collega in difficoltà. Il culmine di questo crescente sentimento di umana condivisione avvenne con l’esperienza del primo bivacco in una baita di montagna, raggiunta dopo una lunga e faticosa marcia lungo impervi sentieri immersi nella neve.
La stanchezza accumulata durante il tragitto sparì di colpo quando entrammo nella baita. Ciascuno scelse dove posare il proprio zaino e poi di corsa a dare una mano per approntare ciò che era necessario: recuperare una scorta di legna sufficiente ad alimentare il fuoco del camino fino all’indomani, predisporre il sacco a pelo che ci avrebbe protetto al caldo per la notte. Il mattino successivo, dopo la colazione, eravamo felici e pronti a rimetterci in marcia — verso una nuova destinazione oppure per rientrare alla scuola, poco importava.
Al termine di quei nove mesi intensi ma piacevoli, oltre che altamente formativi, giungeva il triste momento dei saluti. Con in mano il foglio che indicava la nuova sede di servizio e qualche lacrima che rigava il volto, ci siamo promessi che ci saremmo incontrati nuovamente. Dopo quel giorno molti non li ho più incontrati, ma con qualcuno ci siamo ritrovati per l’inizio di una nuova fase addestrativa. Questa volta due anni suddivisi tra Lido di Ostia e Cuneo — egualmente intensi ed emozionanti.
La frequente attività fisica e le passeggiate in alta montagna venivano soppiantate da una martellante attività didattica che ci avrebbe consacrati al delicato ruolo di comandanti di uomini. In questa seconda fase siamo stati chiamati a confrontarci con situazioni contraddistinte da un maggiore grado di difficoltà. E, come se non bastasse, abbiamo vissuto anche il profondo dolore di dover prematuramente salutare qualche collega strappato alla vita e alla sua famiglia da un destino beffardo e crudele. Anche da queste tristi esperienze ne siamo usciti — con qualche ferita in più da curare, ma con un rinnovato sentimento di fratellanza che ci ha reso più forti e ha consolidato la consapevolezza che insieme potevamo riuscirci.
Sembrano frasi create ad hoc, eppure posso assicurarvi che non lo sono. Anche io durante quei due anni sono stato scosso da un evento doloroso che sicuramente mi avrebbe trascinato nella più profonda e irreversibile disperazione, se al mio fianco non ci fosse stato un “fratello” che ha prontamente accantonato libri e problemi personali per aiutarmi. Un “fratello” per me speciale, conosciuto all’atto dell’arruolamento, ritrovato una prima volta a Predazzo e, subito dopo, a Lido di Ostia e a Cuneo. Un “fratello” che ancora oggi incontro nella mia città — lui ancora in servizio, io ormai in pensione — ma entrambi gelosi custodi di quelle meravigliose giornate trascorse a camminare tra la neve oppure a studiare. Quello che ho brevemente raccontato è un singolo esempio, ma potrei raccontarne molti altri.
Un “fratello” che ancora oggi incontro nella mia città — lui ancora in servizio, io ormai in pensione — ma entrambi gelosi custodi di quelle meravigliose giornate.
Dopo undici anni di servizio attivo nella Guardia di Finanza, svolto sempre con lo stesso entusiasmo e senza mai perdere la speranza anche nei momenti più complicati, sono stato chiamato a una scelta complessa. Dovevo decidere se continuare a servire la mia amata Patria indossando la divisa giallo verde, oppure vestendone una nuova — particolare, meno visibile della precedente, ma altrettanto prestigiosa.
Non era una scelta semplice da fare. Per lunghi giorni sono stato interiormente dilaniato da una guerra senza esclusione di colpi, combattuta dal cuore — che voleva rimanere ancorato al passato — e dalla mente, che preferiva cambiare, esplorare luoghi sconosciuti, confrontarsi con difficoltà maggiori. Alla fine la ragione ha prevalso e, dopo aver amorevolmente riposto nell’armadio la mia divisa giallo verde, ho iniziato una nuova ed esaltante avventura. Stesso animo, stessa volontà, stessa disponibilità al sacrificio e alla condivisione — ma con una marcia in più rispetto a tanti altri, grazie agli insegnamenti che per undici anni “mamma Finanza” mi aveva amorevolmente donato.
Nel prossimo articolo vi parlerò di un’altra esperienza che ha segnato profondamente la mia vita: quella da Amministratore Giudiziario, a contatto con aziende sequestrate e con il volto meno conosciuto della legalità. Nel frattempo, se volete scoprire dove quegli undici anni mi hanno infine condotto, potete farlo tra le pagine del progetto [Senza Volto →].

Vitaliano Fulciniti
Vitaliano Fulciniti è scrittore calabrese, già appartenente alla Guardia di Finanza e funzionario della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Ha diretto il Regional Hub Sant'Anna di Isola Capo Rizzuto, il primo centro in Europa per l'accoglienza di richiedenti asilo, ed è stato Amministratore Giudiziario per il Tribunale di Catanzaro. È autore di cinque libri pubblicati da Rubbettino Editore e Pellegrini Editore, presentati al Salone del Libro di Torino e in numerose città italiane.


